Portoni chiusi

Il mediatore all’inizio vuole risolvere. Vuole arrivare al cuore della sofferenza ed estirparla come un veleno.
Desidera toccare la verità dei confliggenti per liberarli e fargli sentire la vita.

Poi il mediatore incontra i confliggenti e i loro limiti. Incontra il loro essere padroni indiscussi delle proprie emozioni, dei propri giardini segreti, spesso tenuti sottochiave agli altri e tante volte anche a se stessi.

Così percorrere i gradini e i passi che conducono alla libertà mostra il limite che il confliggente pone, il suo non essere pronto al salto, non essere disposto ad aprire lo sguardo, a vedere la chiave che apre il portone.

Ogni mediatore arriva fin dove gli è concesso e con umiltà si ferma, accetta i tempi delle persone, li accompagna, li sostiene in questa nuova ricerca che per ognuno è diversa, unica, irripetibile.
E’ un bell’esercizio nella modernità dei manuali per ogni cosa, delle soluzioni facili e veloci.

Sapersi fermare davanti al portone chiuso dell’altro è saper vedere la differenza tra il proprio desiderio di aiutare e il percorso personale che ognuno ha potuto compiere. E’ saper trovare il proprio centro per rispettare la ricerca e i tempi dell’altro.
Non serve a niente sbattere, forzare, spingere.
La chiave del portone non è nelle mani del mediatore.

Scintille

Si torna alla mediazione per tenere viva la scintilla. Intesa come speranza, come forza che permette di restare su un percorso difficile per quanto per molti ormai l’unico possibile.
Una scintilla che richiede di essere rinnovata ogni volta perché anche lo spirito ha bisogno di allenamento, ha bisogno di cura, ha bisogno di impegno.
L’immagine delle scintille accompagna spesso gli incontri di autoformazione, scintille intese come elementi che saldano, mettono insieme e al tempo stesso si diffondono, si espandono tutto intorno, attivano, mettono in moto.
E’ bello pensare così questi momenti di incontro, come occasione di rigenerazione personale, cemento delle relazioni e occasione di divulgazione di questo modo di intendere non tanto la mediazione ma la vita.
Come ogni volta c’è stato bisogno di mettere tanta energia per costruire quell’atmosfera dai contorni solenni che è la forza della mediazione e che permette di attivare con gradualità quel canale nascosto che solo sa parlare delle cose essenziali. E’ il linguaggio del cuore che emerge in queste occasioni, linguaggio che poco ha di razionale e che sempre più spesso risulta essere estremamente contagioso.
Così la ricerca di ognuno può fare un altro passo verso la frase di Nietzche, “ogni giorno divento chi sono”, la traccia essenziale per proseguire il lavoro.

La sfida del quotidiano

Chi ha partecipato ad uno stage di mediazione umanistica conosce l’intensità di questa esperienza.

Difficile da raccontare, ancora più difficile da dimenticare nelle emozioni in movimento, nei collegamenti con le domande essenziali della vita, nella fatica fisica di sostenere lo spalancarsi di un mondo inaspettato. Quella fatica fisica che è frutto della poca abitudine che abbiamo a stare nel silenzio, a darci il tempo, a masticare la nostra emotività sgangherata. Quella fatica fisica ad esserci, ad essere presenti attraverso la verticalità sulla seggiola e i piedi ancorati alla terra.

Ci vuole un esercizio per imparare ad esserci, non tanto negli stage ma nella vita. Ci vuole un esercizio per stare dritti di fronte alla vita che a tratti sa essere amara, aspra, dura.
Così nel corpo come nella mente e nello spirito: ci vuole un esercizio per ritrovarsi una persona unica, unita in questi pezzi che la modernità ha separato.

E’ sufficiente fare ginnastica dello spirito solo in uno stage all’anno? E tutto il resto del tempo trascorrerlo nel caos, nella fretta, nella mente ingombra, nel corpo consumato e dolente?
Possiamo portare lo stage nella nostra vita cercando ad ogni incontro una dose di ricarica? O è tempo di prendersi la responsabilità di portare la nostra quotidianità negli stage? Di essere testimoni reali, concreti e coerenti di questa proposta?

E’ la decisione profonda che tocca ogni persona che ha incontrato questo metodo, questa maniera di intendere la vita. Puoi evitare di scegliere per un po’, puoi rimandare certo ancora un altro poco, poi la vita sceglie per te.
Mediazione umanistica può essere una parola vuota o piena a seconda di come la accarezziamo, gustiamo, tocchiamo. Dipende da noi.

L’oggetto mediatore

Per tutti quelli che un po’ conoscono la mediazione umanistica, secondo le linee proposte da jacqueline morineau, il gioco dell’oggetto mediatore ricorda qualcosa di molto preciso e forse riecheggiano già nella mente e nella pancia forti sensazioni provate nei vari stage di formazione.

Per quelli che invece sono ancora lì a grattarsi la testa per capire di cosa stiamo parlando… beh, proprio a loro sono dedicate le prossime righe.

Spesso quando vogliamo dire qualcosa di noi non siamo in grado di farlo in modo tanto spontaneo e semplice. A volte è una questione di confusione perché non siamo abituati a parlare di come stiamo in modo esplicito, altre volte invece è una questione di scarsa abitudine a parlare di sé all’interno di un gruppo, altre volte ancora è il particolare momento della vita a rendere difficile la cosa.

Per questo spesso può aiutare un supporto, un oggetto o un’immagine che aiuti l’espressione, che in qualche modo sappia farsi mediatore tra quello che una persona è in quel momento e la condivisione con gli altri.

E’ incredibile quanto la presenza così semplice di oggetti, spesso insignificanti o proprio al primo sguardo anche brutti, possa poi caricarsi di significati inaspettati e donarci una chiarezza sul nostro stato d’animo di adesso davvero sorprendente.

Sarà che gli oggetti sanno essere silenziosi e ti danno tutto il tempo di cercare e dire quello che c’è.

Ed è bello vedere i gesti di chi parla di sé accarezzando e facendo suo un piccolo pezzo di coccio, una bambola di pezza, una foglia secca, un gioiello colorato.

Questo esercizio è un’eccezionale porta di accesso all’intimità, sia quella personale che del gruppo col quale si comincia a lavorare all’interno degli stage di formazione. E’ un sorta di riscaldamento che ci trasporta verso un altro modo di stare insieme, verso un’altra maniera di sentire, verso un’altra scansione del tempo.

Insomma è un intermediario semplice verso il tavolo della mediazione, come verso la conoscenza più profonda di sé, qualsiasi sia lo strumento utilizzato.

Ogni volta che viene proposta nei contesti formativi l’attività dell’oggetto mediatore stupisce, sia quelli che da tempo ne conoscono le forme, sia chi per la prima volta ne assaporava i contorni e gli effetti.

E’ bello vedere i visi dei presenti trasformarsi e distendersi alla ricerca dell’obiettivo che tutti cerchiamo nel nostro cammino: essere davvero noi stessi, senza maschere e senza paure.

Riciclare

Forse nella parola riciclare si nasconde il senso profondo dell’offerta della mediazione umanistica.

La capacità di ridare vita, riutilizzare, rendere nuovamente proprio ciò che è dimenticato, nascosto, incupito, custodito nelle segrete dell’anima.

In ogni incontro di formazione si può provare come l’esperienza diretta di questa proposta riporti sempre sullo stesso punto: il bisogno di guardare dentro nel caos delle emozioni, in quella parte nera che ben conosciamo e rispetto alla quale tante volte ci sentiamo inermi, passivi, nemici.
Eppure c’è la possibilità di aprire quella gabbia, c’è la possibilità di respirare aria nuova, c’è la possibilità di ridare dignità anche al dolore per trasformarlo in uno slancio di vita.
Negli appuntamenti formativi riemergono i punti fondamentali su cui continuare a lavorare, sostenere, crescere. Stare nel percorso della scoperta personale attraverso questa lenta formazione che si nutre della ricchezza del contatto umano e del cambiamento personale, delle domande fondamentali. Che si nutre del contatto con il mistero dell’uomo, con il silenzio che ne apre la porta, con lo sguardo intenso che ne guida il cammino.
Alla ricerca di una forma di saggezza come la capacità di contemplare, di conoscere, di riconoscere.
Alla ricerca di un occhio diverso sul mondo che è quello che ci permette di vedere col cuore, di trasformare la nostra forma di sentire, di osare.