Giornata di mediazione: febbraio 2020

Dopo la sperimentazione di fine 2019 tornano le Giornate di mediazione: un contesto formativo all’interno del quale è possibile sperimentare e studiare una mediazione sviluppata nel suo intero processo (circa 3 ore). I partecipanti potranno osservare e toccare con mano tutto il procedimento mediativo secondo il Modello Morineau. Il conflitto sul quale si lavorerà verrà tratto da un’esperienza di uno dei partecipanti che si candiderà preliminarmente a tale ruolo, mentre la squadra dei mediatori verrà scelta a partire dai corsisti che hanno maturato un percorso formativo su questo modello di mediazione. Per chi fosse neofita della materia rimane comunque un’ottima occasione per conoscere la proposta della mediazione umanistica come osservatore.

La Giornata di mediazione, grazie ai tempi dedicati, permette di entrare nei dettagli del processo mediativo e di assoporarne per intero la complessità e lo sviluppo, oltre a considerare le differenze con altri modelli di gestione dei conflitti.

Per partecipare (il numero massimo è 15 persone) basta inviare una mail a snodiaps@gmail.com per verificare la disponibilità dei posti e successivamente verranno indicate le modalità per completare il semplice processo di registrazione on line.

Il costo dell’evento è di 20,00 euro a partecipante, grazie al contributo del 5 x 1000.

Ricordiamo che per aderire alle attività di Snodi, essendo un’associazione di promozione sociale che programma e realizza attività rivolte ai soci, occorre associarsi per il 2020 col consueto contributo di 60,00 euro.

Saremo Milano in via Lanzone 36, presso ISMO, sabato 15 febbraio dalle 9.30 alle 18.00 con la conduzione di Fausta Mancini e Maria Grazia Turra.

Tre appuntamenti tutti da scoprire: autunno 2019

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Snodi torna con la sua proposta per l’autunno 2019 con 3 eventi innovativi.

Partiremo con uno stage di 2 giornate a SETTEMBRE con una integrazione tra mediazione umanistica e teatro. SABATO E DOMENICA 28 E 29 SETTEMBRE a Milano la formatrice Debora Civello ci accompagnerà alla scoperta dell’Opera della Mediazione: una interessante combinazione del modello Morineau e del Teatro dell’Oppresso. Qui maggiori dettagli sulla proposta e indicazioni pratiche per la partecipazione.

A ottobre e novembre ci saranno due appuntamenti sempre a Milano di una intera giornata (sabato dalle 9.30 alle 18.00) che mettono insieme alcune richieste che in questi anni i soci hanno portato all’associazione. Anche qui a breve avremo specifici post che presentano le iniziative.

SABATO 26 OTTOBRE avremo una autoformazione incentrata sulla fase di preparazione di una mediazione dei conflitti. Si tratta dell’approfondimento del momento di contatto iniziale con le parti, l’incontro preliminare, gli aspetti organizzativi che portano all’incontro di mediazione. Una serie di aspetti sui quali diversi mediatori o aspiranti tali si interrogano per mantenere una coerenza con il modello Morineau e l’efficacia del processo. Massimiliano Anzivino condurrà il gruppo in questa ricerca che alternerà momenti di sperimentazione e di rielaborazione proponendo l’approccio sperimentato da Snodi e da altri enti in questi anni.

SABATO 30 NOVEMBRE invece andrà in scena una giornata completamente sperimentale che ha l’ambizione di consolidarsi come un momento periodico di lavoro anche per il 2020: tratteremo, con la conduzione dei formatori dell’associazione, una mediazione portata da un partecipante nei tempi e nelle modalità previste in un reale contesto di gestione del conflitto, andando oltre il mero gioco di ruolo che tradizionalmente viene sviluppata nei contesti formativi di mediazione umanistica. Verrà utilizzata una spalla (un altro partecipante che impersonerà la controparte) ma sappiamo quanto anche in questo modo l’esperienza possa essere molto produttiva per affrontare una situazione di conflittualità interpersonale. L’incontro avrà quindi una importante parte sperimentale, sia per i confliggenti che per i mediatori, e una parte di rielaborazione dell’esperienza vissuta e osservata dai partecipanti.

Tutti gli eventi come di consueto prevedono un numero limitato di partecipanti (15 persone) per mantenere un clima adeguato e un alto coinvolgimento operativo. Inoltre, grazie al contributo del 5 x 1000, tutti gli eventi vengono proposti con una quota di partecipazione promozionale:

-50,00 per lo stage di due giorni di settembre

-20,00 euro per ognuna delle due giornate singole di ottobre e novembre.

L’obiettivo è di permettere a più persone possibili di avvicinarsi o approfondire l’ampia tematica della mediazione umanistica sulla quale la ricerca è ancora molto aperta.

Per iscrizioni e informazioni snodiaps@gmail.com

 

 

 

Mediazioni imperfette

Le mediazioni sono tutte imperfette.

La nostra illusione di poter risolvere, di poter togliere dalla scena i conflitti è una tentazione sempre troppo forte per essere tenuta a bada. Non riusciamo a metterla da parte.

L’istinto del pompiere, del pacificatore, del guaritore sono connaturati al nostro pensiero. Cosicché ogni nostra azione ha la pretesa di essere risolutiva, capace di andare fino in fondo. Senza sapere bene dove sia questo grado, questo limite toccato il quale tutti i problemi scompaiono per sempre.

Come se da quel punto in poi la vita non ci chiedesse più di fare i conti con lei.

E così ci approcciamo alla mediazione convinti che si possa imparare ad acquisire un potere risolutivo che non ci appartiene. E di fronte alla mutevole forma dei conflitti, alle profonde implicazioni che ne emergono, ai cancelli invalicabili che le persone pongono chiedendone il rispetto, l’aspirante mediatore si ritrova impotente, spesso insoddisfatto, come se le sue arti non fossero mai abbastanza sviluppate e affinate.

Nella mediazione umanistica spesso si usa dire che il mediatore non sa fare niente, non deve fare niente ma deve imparare ad esserci, ad offrire una presenza di spirito che nulla ha a che fare con una tecnica. Ed è facile ribattere che una posizione del genere non sia sostenibile per un professionista, che non possa essere ammissibile mediare senza offrire un risultato. Che questa storia dell’esserci ha più vicina ai racconti zen che non a questioni di ADR.

Forse per questo altre forme di mediazione si sono fatte strada in modo più rapido proprio perché sanno rispondere meglio alle esigenze di tangibilità e praticità del nostro tempo. Per poi ritrovarsi in qualche modo monche di una parte importante che c’è ma non si vede. Altre forme di mediazione hanno offerto quello sguardo di intesa e quella stretta di mano finale che dicono al mondo che quel problema non esiste più, che così come è venuto se ne è andato e tutti felici e contenti. E magari va veramente bene così.

Forse è semplicemente un’altra cosa che chiamiamo con lo stesso nome.

La sfida della mediazione umanistica è molto alta e deve fare i conti con un contesto culturale ancora poco pronto a recepire la proposta non tanto di uno strumento ma di un cambiamento nel modo di vivere, nel recuperare la dimensione spirituale non tanto nella stanza di mediazione ma prima di tutto nella vita di tutti i giorni.

Ma probabilmente e paradossalmente proprio per questo la visione che offre attira così tanto e chi ne sperimenta il gusto è come costretto a non tornare più indietro, a cominciare un cammino lungo tutta una nuova direzione. Come se venisse toccato su dei tasti che innestano in modo quasi automatico tutta una serie di reazioni a catena.

Accettare di essere davvero a disposizione di un processo che è nelle mani di chi lo porta è complicato.

Accettare che non possiamo controllare tutto, anzi forse molto poco, è difficile.

Accettare che ogni persona è padrona dei passi che si sente in grado di fare è pesante.

Accogliere che siamo strumenti di qualcosa di più grande è sorprendente. E, in certi giorni, estremamente reale.

Lo strano caso della mediazione umanistica

La parola mediazione comincia ad essere di moda.
Nel linguaggio comune già la usiamo per indicare la via di mezzo, quelle situazioni nelle quali si trova un buon modo di mettere d’accordo due persone, di smorzare un litigio, di trovare un ottimo compromesso accettabile.
Ultimamente quello che si fa largo è un concetto più raffinato che indica una tecnica di lavoro, una teoria e una nuova cultura delle relazioni.

La mediazione non è qualcosa di nuovo in assoluto, bensì una riscoperta che parte da molto lontano. Oggi se ne parla soprattutto come possibile alternativa al consueto modo di condurre un processo penale, offrire un’altra maniera di gestire le controversie piccole e grandi che spesso si trascinano nel tempo fino alle aule di tribunale. Così la mediazione si propone come strumento di gestione dei conflitti che a dirla tutta già era nella mani degli avvocati ma che ha trovato pochi margini per svilupparsi.

Per tante ragioni oggi i tempi sembrano maturi per una diversa entrata in scena della mediazione, un po’ perché la giustizia è davvero in crisi (siamo quasi a 5 milioni di cause pendenti in italia), un po’ perché le risposte che si ottengono dal giudice non sembrano essere soddisfacenti né per chi ha ragione né tanto-meno per chi ha torto. Anche perché il torto e la ragione spesso non sono una questione di regolamenti e di logica. E in alcune situazioni, specie quando ci sono di mezzo i rapporti più intimi, questo dato risulta eclatante.

Si parla quindi di mediazione soprattutto per quando riguarda il contesto familiare e di fronte al proliferare di separazioni (ormai siamo quasi a 2 coppie su 3 nel nostro paese) si tenta anche questa carta.
C’è tutto l’ambito della mediazione commerciale, quella che spesso viene anche definita con il termine conciliazione per trovare un accordo fuori dalle aule di tribunale rispetto a controversie che più facilmente possono trovare un beneficio per entrambe le parti.
Ed è arduo riuscire a districarsi nel dedalo di proposte che si presentano tutte sotto l’etichetta della mediazione, proposte che a volte hanno un sapore più giuridico, a volte più psicologico, a volte più sociale.

La mediazione umanistica rientra in questo contenitore affollato al quale serviranno ancora molti anni per fare chiarezza.
Di certo mi sento di dire che questo tipo di mediazione offre qualcosa di anomalo. Offre uno spazio di lavoro che è difficile definire con una tecnica, esce dalle logiche di praticità che accomunano gli altri modi di fare mediazione. Fa una specie di salto verso un modo di guardare oltre i problemi che le parti portano. Apre uno spiraglio per guardarsi allo specchio per mettersi consapevolmente in cammino verso la scoperta di chi siamo.

Ma come fai a spiegarla una cosa così?
Se sei una persona concreta e ti piace la solidità dei dati, i punti fermi, la possibilità di misurare è oltremodo sconvolgente scoprire che c’è tutta una parte della nostra esperienza quotidiana che non si arrende ai tentativi di classificare, misurare, conoscere.
Ed è quella dimensione che forse riusciamo ancora a scorgere nell’arte, nella natura, negli sguardi.
Per questo forse il modo più facile per capire il fulcro della mediazione umanistica è riproporre l’immagine di chi sta di fronte al mare o sotto il cielo e non sa bene a cosa sta pensando ma sa che le domande sono grandi e il momento solenne.